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Anno edizione: 2018
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Si tratta di una raccolta di scritti del famoso semiologo (e non solo) Umberto Eco. Scritti che vanno dal 1956 fino al 2015, poco prima della sua scomparsa. In alcuni casi si tratta di ripubblicazioni di testi già presenti in altre sue opere. Tuttavia è interessante trovare raccolti in un unico volume questi scritti il cui denominatore comune è quel mezzo, la televisione, che tanto importante è stato nella seconda metà del ventesimo secolo. Insieme ad Eco viaggiamo nel tempo ed abbiamo modo di vedere uno spaccato di un paese in trasformazione. Conoscere cosa è accaduto prima ci aiuta a comprendere dove siamo oggi. Bello bello bello.
Da leggere. Contiene "Fenomenologia di Mike Bongiorno" ed altre chicche.
Il volume potrà sembrare una semplice raccolta di saggi di Eco che riguardano la televisione, ma non è unicamente una riedizione poiché, grazie ai preziosi stimoli del curatore Marrone, il libro assume nuovi toni. La prefazione e la postfazione forniscono chiavi di lettura per attualizzare gli scritti di Eco che, nonostante si posizionino perlopiù tra gli anni 80, 90 e 2000, sembrano aver già compreso il panorama tv d'oggi, e forse anche il prossimo futuro. Fondamentale la bibliografia in postfazione selezionata da Marrone.
Recensioni
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La televisione secondo Eco, storie di guerriglia semiologica
di Tiziana Migliore
Un particolare registro discorsivo permea la raccolta di scritti di Umberto Eco Sulla televisione a cura di Gianfranco Marrone: è l’umorismo. Insieme al far chiarezza in un linguaggio limpido, ragione dell’apprezzamento da parte di ampie fasce di pubblico, la cifra di Eco è uno humour irresistibile. Il suo interesse per le proprietà contagiose e distensive della risata è noto, mosso dall’esigenza di tenere alto il discorso senza sottrargli lo spirito. E sul riso che accanto al falso è la via di accesso alla verità ruota il mistero del Nome della rosa.
In queste analisi della televisione, dal 1956 al 2015, l’umorismo nasce dalle forme stesse, che nella scatola televisiva all’inizio apparivano comiche; è anche un “ridere con”, un ammiccare al lettore per costruire adesione al proprio discorso – vedi già Fenomenologia di Mike Bongiorno (1961); e diventa nel tempo un umorismo pirandelliano, venato di compassione fino al sarcasmo, da “Corrado e il paese reale” (1995) in poi. Eco aveva scommesso sulla tv come strumento educativo e visto affermarsi invece il realytismo, che promuove la trivialità. Deluso, ha però continuato a dire: “non spegnete la tv, accendete la libertà creativa”.
Funzionario della RAI, Eco ha coltivato il pensiero del pubblico. Lega la sua “professionalità” a “un’organizzazione della presa di parola, a una capacità di affrontare e discutere nuove soluzioni” per la formazione del pubblico. E invita a fare controinformazione e “guerriglia semiologica” rispetto a notizie false, capziose, distorte o irregimentate. Un lungo saggio della raccolta è dedicato alla critica (“Per una definizione della critica televisiva”, 1972), perché sia descrittiva e inventiva: deve spiegare come un’opera funzioni e attivare l’immaginazione e l’intelligenza, ma esprimendo giudizi di valore. La tv permette a Eco di comprendere i mutamenti di coscienza collettiva. Come? Sotto forma di atteggiamenti ricettivi che i programmi prospettano. Nella tv, infatti, un linguaggio delle immagini, una “iconosfera” meno intensa di quella cinematografica ma più insistente e continua, plasma l’individuo e orienta le condotte. La visione televisiva, secondo Eco, agisce per via sensoriale e in simultaneità, comportando già prima di Internet la perdita del senso storico.
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