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Laterza,2006.Collana:I Robinson/Letture.Traduzione di Fabio GAlimberti, 236 pp. brossura 9788842080527 Ottimo (Fine) MAcchie di polvere sulla copertina..
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Il testo propone alcune tesi molto interessanti ma purtroppo, a mio modesto parere, irrealizzabili. E' sicuramente un libro interessante ma a volte un poco ripetitivo nell'esplicare i concetti. Il concetto di identità è sicuramente più ampio rispetto al mero concetto di religione, oggi prevalente e come sostenuto dall'autore. Ma mi domando: abbiamo chiesto noi occidentali di definirci costantemente mediante un concetto di religione e non altri aspetti/valori o qualcun'altro ci ha imposto questa identità?
se potessi, regalerei una copia di questo libro a quei 4-5 miliardi di persone del mondo in grado di leggere
Recensioni
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Amartya Sen, premio Nobel per l'economia nel 1998, in questo nuovo saggio sui temi attualissimi dell'identità e della violenza, ci esorta a considerare "l'inaggirabile natura plurale delle nostre identità" e a non brutalizzare la nostra stessa esperienza di vita personale comprimendola dentro contenitori di identità uniche. Perché, secondo il rettore del Trinity College di Cambridge, l'imposizione di una sola appartenenza, sia essa una religione o una civiltà, è divenuta troppo spesso il preludio all'esercizio della violenza e del settarismo belligerante.
"E' palese scrive Sen da vero pensatore cosmopolita (è un indiano di casa a Cambridge e ad Harvard) - che ciascuno di noi appartiene a molti gruppi": la stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, "di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz". Per contro, argomenta Sen, le classificazioni che ci vorrebbero suddividere esclusivamente sulla base di una religione o di una civiltà spacciate per dominanti, negano non solo questa pluralità del nostro essere uomini e donne, ma dimenticano anche la nostra comune appartenenza al genere umano. E così facendo innescano la spirale delle violenze, dei soprusi e delle guerre in nome delle tradizioni, veri e propri "abusi dell'identità" collettiva che viene imposta sopra i diritti degli individui.
Dunque "l'identità può anche uccidere, uccidere con trasporto": nel senso che l'attribuzione organizzata di un'identità può preparare il terreno a persecuzioni e lutti. Ma questo mondo lacerato dai terrorismi religiosi, dal fanatismo etnico, dall'integralismo anche dell'Occidente, che sembra inesorabilmente prigioniero dei propri vincoli e indirizzato verso la pratica dello scontro e della violenza, può ancora correggere la propria rotta. Magari ripartendo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1945. Parola di Amartya Sen.
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