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Questo romanzo ha tali estimatori, Dostoevskij in prima fila, che la recensione ha richiesto una sedimentazione molto più lunga del solito. La storia è semplice e altri l'hanno già riassunta in ottimi commenti. Né l'intreccio né i personaggi ne fanno un capolavoro secondo me, al massimo una cosina graziosa e piacevole, ma dato che è riconosciuto come capolavoro mi sono messa d'impegno per capire. Non è un capolavoro per me ma posso contestualizzare e capirne l'importanza. Personalmente mi sarei fermata alle tre stelline se non ci fossero stati il buon servo e l'inossidabile capitana che dirige il fortino anche meglio del marito. Consigliato.
Pubblicato nel 1834, mette in scena il dramma del giovane German. Trovatosi con una cospicua eredità passa le serate guardando gli amici che giocano a carte. Dentro di sè un desiderio di darsi all'azzardo ma un monito che spesso si ripete lo frena: "non sono in condizione di sacrificare il necessario nella speranza di acquisire il superfluo.”. Ma le cose non andranno così... Pregevole breve racconto dal sapore gotico che tanto mi ha ricordato Edgar Allan Poe.
Non so perché ma essendo uno scrittore russo mi aspettavo qualcosa di più. Racconti ben scritti , la bravura si vede, ma un po' "semplici" , passatemi il termine .
Recensioni
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scheda di Trombetta, S., L'Indice 1998, n.11
Con l'arrivo del 1999, che segna il bicentenario della nascita di Aleksandr Puskin, si moltiplicano le iniziative editoriali per ricordare il grande poeta e narratore russo. Le prime ad arrivare sul mercato sono queste due edizioni di uno dei massimi capolavori di Pu?skin: "Pikovaja Dama". Titolo che Adelphi lascia nella tradizionale traduzione, "La dama di picche", e che Marsilio invece propone in versione più filologicamente corretta, "La donna di picche", visto che è con "donna" o "regina" che viene solitamente indicata in italiano la carta da gioco. Traduzione "storica" quella di Tommaso Landolfi, comparsa per la prima volta nel 1948 da Bompiani per l'antologia dei "Narratori russi", insieme agli altri due racconti che completano il volume, "Il fabbricante di bare" e "Il mastro di posta"; del tutto nuova quella di Clara Strada. Scritta nella fase finale della vita creativa di Puskin, la "Dama di picche" risente certamente della stessa disillusione, del disincanto che viveva il poeta in quegli anni. Lo scrittore rivolge lo sguardo al secolo passato, il Settecento, in cui per un anno appena era nato. È nel 1770 parigino che si svolge l'antefatto, nasce la leggenda e il mistero delle tre carte che salvano dal disastro la contessa e che sessant'anni dopo, all'inizio degli anni trenta dell'Ottocento, portano alla follia Hermann, l'ufficiale del genio travolto da una superomistica volontà di affermazione. Come tutti i capolavori, "La dama di picche", un racconto che concentra in meno di cento pagine succhi sublimi, ha generato pagine e pagine di critica. Ci sono potenti passioni in questa "Dama", ironia disincantata, ma anche aspetti del romanticismo nero, gotico. Ma è poi vero? È vero cioè il fantasma della contessa che appare a Hermann e gli confida il segreto delle tre carte vincenti, è vera la dama di picche che si burla del giocatore e sembra strizzargli beffardamente l'occhio quando lui ha perso tutte le sue sostanze? O non sarà invece tutto frutto della mente già malata di Hermann che scivola lentamente verso la follia finale? Certa è la passione, la volontà inarrestabile di vincere che travolge l'ufficiale e lo porta a ingannare la giovane Liza per impossessarsi del segreto. Una linearità di sentimenti che uscirà invece molto più complicata, a fine secolo, dalla penna musicale di Cajkovskij, che trasformerà lo stringato racconto in un altro tipo di capolavoro, un'opera magniloquente, dove i sentimenti sono più complessi, contrastati, retorici, dove fra Liza e Hermann fiorisce un amore spento dal gioco e dove i due giovani amanti trovano entrambi rifugio nel suicidio.
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