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Uno Markovic è un uomo comune, anzi comunissimo (si chiama Uno, per l’appunto), sprofondato e intrappolato in una provincia asettica e avvilente. La sua vita, a dirla tutta, non ha chissà quali grandi motivi di venire raccontata, anzi: proprio Markovic sembra convinto che le esistenze non contengano un significato vero e proprio, una mano superiore che ci raccoglie dall’utero materno e ci accompagna fino al momento della nostra morte. Passiamo il nostro tempo su questo pianeta sballottati dagli eventi e dalle persone, dagli incontri che facciamo e dalle variabili che ci incrociano. La vita ci capita per caso e noi, sempre per caso, capitiamo in lei.
Immaginate di essere Markovic, di vivere la sua esistenza provinciale. Di credervi dei minatori in cerca dell’oro, di una gioia che dia senso alle vostre giornate; ma non vi siete accorti – anzi, lo sapete bene, ma continuate per paura di trarne conseguenze e responsabilità – che scavate e vi spaccate la schiena dentro una cava di roccia carsica. La quale non solo non vi restituisce premi per la vostra fatica, ma si sbriciola tutta intorno dopo ogni colpo, e a ogni colpo rischiate di morire per un crollo delle pareti e del soffitto.
All’improvviso, al centro del vostro risicato orizzonte esistenziale piomba una persona, la persona. Questa persona diventa il paradigma unico della vostra esistenza, il diaframma che tende e scioglie ogni movimento vostro inspiratorio ed espiratorio. Per Markovic, quella persona si chiama Def, è una ragazza. Def è irriducibile, totale: l’amore per lei è talmente forte da risultare conturbante. Lei è l’anno zero, lo zenit, la metà platoniana – l’altra parte della sorba, secondo il mito, la cui ricerca è insieme processo palingenetico e dannazione voluta da Zeus. Markovic ripone ogni suo significato in Def, la quale però, proprio per il solo fatto di essere, non potrà mai contraccambiare: la loro relazione è un incendio sbilanciato, e pagina dopo pagina Markovic si trova sempre più in affanno per non scivolare via dal piano inclinato, dal fuoco, dal calore che lui stesso ha idealmente attribuito a Def.
La loro storia finisce. Il dolore di Markovic fa esplodere il mondo, che diventa un nugolo di schegge sospese a mezz’aria. Passato, presente e futuro si appiattiscono in una sola dimensione, quella dell’istante. L’attimo diventa il tappeto volante su cui Markovic e la parola scritta di Turati si impennano per andare a esplorare cosa rimane. La realtà dopo è un cortocircuito di immagini, incontri e situazioni che, invece di piantare nuovi semi nella vita di Markovic, ne ribadiscono l’irrisolvibile vacuità: Arianna, Ester e altre donne che si alternano sono solo scarti, pochi spiccioli di affettività elemosinati inutilmente, perché Def rimane il termine di paragone a cui Markovic torna sempre.
Se la vita di Markovic, quindi, deve diventare mentale, lo stesso deve accadere anche alla scrittura. Turati brandisce i sintagmi come segmenti che si muovo impazziti e imprevedibili, la cui logica di movimento è appunto lo slittamento della logica stessa (Quori Cuadrati), dell’errore che ti porta a finire dentro una nebulosa di immagini cannibali. A un matrimonio un sidecar fa strage di pedoni ed è tutto normale; suo padre chiede di venire ucciso e Markovic esegue con un lavoro pulito. La dimensione mentale, la riflessione, dicevo, duplice come doppio è il significato: quello fisico, del rispecchiamento di Turati in Markovic; e quello intellettuale, custodito nella riflessione metaletteraria tra Turati e Markovic: uno scrivere che non deve riempire spazi vuoti, ma fare di quegli stessi vuoti la propria dimensione corporea. Nel concreto del testo, una scrittura in cui «la morale sembra dietro l’angolo, ma poi la strada è bloccata per lavori».
Quori Cuadrati è un romanzo inconcludente ma, si badi bene, questo non è un giudizio qualitativo (il romanzo è un gioiello che non mi sarei mai aspettato di trovare): inconcludente è il modus vivendi di Markovic, nonché la ratio dell’opera. Se le ultime pagine sono riservate agli «argomenti» dell’io, in una dimensione testuale in cui protagonista e autore si sono finalmente sovrapposti, le conclusioni a cui l’io è arrivato («la mia voce è solitaria; una solitudine ubiqua: ovunque vada») hanno tutta l’aria di essere provvisorie, di poggiare su un fragile e passeggero momento di clarità trovato dentro la storia, dentro il dolore.
Recensione di Michele Maestroni
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