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Abolire la miseria - Ernesto Rossi - copertina

Descrizione


«Un'opera propositiva, permeata di pragmatismo britannico e di arguzia toscana. Non occorre essere un economista per avvertirne il fascino». Nello Ajello, La Repubblica

L'analisi lucida e impietosa dei difetti del capitalismo italiano. Una proposta rivoluzionaria e di grande atttualità. La miseria è una grave malattia infettiva poiché genera mendicità, alcolismo, prostituzione, delitto. Per abolirla occorre un complesso d'interventi che rientrano nello stato del benessere, tuttora oggetto di dibattito. Ernesto Rossi aveva scritto questo libro al confino, prima del Piano Beveridge, che discute in un'appendice. Ne accetta la filosofia, concorda con la proposta di un servizio sanitario nazionale, ma critica gli aiuti in danaro, fonti di sprechi e di parassitismo: propone invece di offrire beni e servizi attraverso una sorta di servizio civile. Propone poi una riforma rivoluzionaria della scuola, che dovrebbe rompere il monopolio della cultura tenuto dalle classi ricche: come conseguenza le forti differenze fra i redditi delle diverse categorie professionali tenderebbero a scomparire. È ostile ad un settore pubblico troppo esteso: «l'ideale non è una società fossilizzata nelle regolamentazioni burocratiche, è una società molto più dinamica dell'attuale, articolata in innumerevoli organismi autonomi e continuamente mutevoli». Paolo Sylos Labini

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Dettagli

2002
18 gennaio 2002
268 p.
9788842065173

Voce della critica

Lo studio che Ernesto Rossi completò nel 1942 e al quale, dopo la diffusione del piano Beveridge, aggiunse due appendici, fu pubblicato per la prima volta nel 1946 dalla casa editrice La Fiaccola. Ma era "stampato così male e su carta tanto brutta" da indurlo a inviare le copie al macero. Venne riproposto nel 1977 in un'edizione laterziana introdotta da Paolo Sylos Labini. E viene ristampato ora, con una nuova introduzione dell'economista, che ha arricchito il volume col saggio di Rossi Sicurezza sociale, apparso nel 1956 nel Dizionario di economia curato da Claudio Napoleoni. Le diverse edizioni di questo studio steso in carcere, che Rossi non riuscì, come pure era nei suoi intenti, a rielaborare, rinviano a tre momenti cruciali: l'avvio della costruzione della democrazia italiana; l'incupirsi della protesta giovanile e il fallito tentativo di salvataggio della solidarietà nazionale; l'oggi nel quale l'ottimismo dispensato dai filtri di Dulcamara cela profonde inquietudini. Dal saggio traspare la vocazione riformatrice di Rossi, il suo "utopismo concreto" che, come afferma Sylos Labini, si dispiegava nella tensione etica dell'impegno: esso è, in quanto tale, bene. Emerge altresì la natura del suo liberalismo aperto all'innovazione e alla sperimentazione, sprezzante dei sistemi chiusi in un arcigno dogmatismo. Un liberale come Rossi disdegnava i principi intoccabili fissati dalla scolastica. E pertanto poteva, sulla base di un'analisi storico-empirica, avanzare audaci proposte di intervento pubblico per "abolire la miseria". Obiettivo, sosteneva, non conseguibile col "libero gioco delle forze economiche, stimolate dal tornaconto privato, in un regime individualistico".

Paolo Soddu

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Conosci l'autore

Ernesto Rossi

Politico e intellettuale di indole polemica e intransigente, «democratico ribelle», si è sempre impegnato nel combattere gli interessi corporativi e clientelari dei «padroni del vapore», dei grandi assetti monopolistici. Tra i fondatori di «Giustizia e Libertà», viene arrestato nel 1930 e condannato a vent’anni di carcere. Nel 1941, con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, redige il Manifesto di Ventotene, primo tentativo di elaborazione programmatica di una concezione federalista europea. Membro del Partito d’Azione, nel 1956 è tra i fondatori del Partito radicale. È stato collaboratore del settimanale «Il Mondo» (1949-1966). Tra i suoi molti libri: Abolire la miseria (1946), Settimo: non rubare (1952),...

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