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Leggere la sceneggiatura di un’opera filmica mai vista – come è il caso di questo libro – è un po’ come seguire la traccia di un’opera teatrale ignota: in entrambi i casi sarà compito del lettore ideare con la propria fantasia gli scenari, i rumori, i volti, le espressioni, i toni dei dialoghi. In questo caso una pellicola in bianco e nero – immagino io – immortalerà il dramma degli abitanti di Leningrado rimasti assediati per novecento giorni dalle truppe naziste. È fondamentale la sezione preliminare di Tornatore che racconta la tormentata vicenda di questa sceneggiatura e di come essa, nonostante gli elogi sperticati, non abbia trovato un produttore disposto a finanziare l’opera; e non soltanto, come adombrato nell’introduzione, perché fu l’Armata Rossa a liberare la città accerchiata e non invece le truppe americane, secondo gli stereotipi hollywoodiani, ma anche perché si tratta di una immane catastrofe umana senza respiro, senza tregua, dalla prima all’ultima parola (perciò dalla prima all’ultima scena), una scarica continua di pugni nello stomaco nel rivivere questa angosciosa pagina di Storia per uno spettatore ormai disabituato alle tragedie collettive.
L'unico peccato è non poter vedere il film mai realizzato ma la forza straordinaria di questo testo non lascia spazio all'immaginazione. Tornatore è un vero maestro.
La parte più interessante è quella non-fiction ossia la descrizione della nascita, sviluppo e naufragio del progetto. Meno brillante la sceneggiatura stessa che in quanto tale mal si presta alla lettura.
Recensioni
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Un assedio feroce, una città viva, il non film di Tornatore
Un libro e due storie. La prima è quella di uno dei più grandi film che in Italia siano mai stati progettati (ma mai girato) dal budget vicino ai 100 milioni di dollari. L’altra è quella di una famiglia di Leningrado durante i 900 giorni di assedio della città da parte dei nazisti: dal settembre del 1941 al gennaio del 1944. Sono contenute nel libro edito di recente da Sellerio Leningrado di Giuseppe Tornatore e Massimo De Rita. Un film e un progetto al quale stava già lavorando Sergio Leone prima di morire ma del quale oggi non resta nulla se non il racconto di un imponente piano sequenza che avrebbe dovuto aprire la pellicola.
A Tornatore, racconta lo stesso regista nell’introduzione al libro che altro non è che la sceneggiatura del film, viene proposto nel 1994 di girare un film sull’assedio di Leningrado, episodio storico che non conosce direttamente se non tramite i racconti che ha ascoltato sul progetto di Leone. Si documenta, viaggia in Russia e raccoglie materiali. Scrive la sceneggiatura che viene letta negli Usa ma anche in Russia oltre che in Italia. Ma nessuno finanzia l’impresa che adesso è diventata un libro. Un libro che è la sceneggiatura la cui prima stesura risale al 2004 (dieci anni dopo la proposta) e racconta anche la storia della famiglia Ivanov: padre fotografo, madre musicista, una nonna e due bambini nei giorni dell’assedio. E leggere quelle pagine è quasi come vederlo quel film che non è mai stato girato.
Difficile solo immaginare quello che può accadere in una città di tre milioni di abitanti messa sotto assedio e senza rifornimenti per due anni e mezzo. Difficile descrivere il milione di morti alcuni dei quali non venivano più neanche sepolti per mancanza di forze per lo scavo delle tombe. Difficile riportare sullo schermo anche gli episodi di cannibalismo che si verificarono. L’importanza delle tessere annonarie che potevano valere anche più di una vita stessa. O l’ottusità della polizia sovietica che impediva di tenere diari perché potevano fornire informazioni al nemico. La città come un immenso campo di concentramento che nelle intenzioni di Hitler e dei suoi strateghi e nutrizionisti doveva cadere in tre mesi ma che resiste per 900 giorni. Una città isolata anche dalla stessa Unione Sovietica di Stalin e quindi, in un certo senso, “libera”. E così la vita intellettuale della città non si fermò mai all’Hermitage o al teatro Kirov e Dimitri Shostakovic compose la sua settima sinfonia dedicata propria alla città sotto assedio ma anche allo spirito dei leningradesi.
Recensione di Antonio Giordano
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