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Robin Dunbar è soprattutto noto per il suo eponimo numero, circa 150, che indica il massimo numero di "amici", nel senso di persone con cui si può interagire seriamente. In questo suo vecchio libro, che inaugurò la collana "La lente di Galileo" di Longanesi, Dunbar si occupa però di un altro tema, ancora oggi al centro dell'attenzione: la perdta dello status che la scienza e gli scienziati avevano avuto tra l'Ottocento e il primo Novecento, guardando le cose soprattutto dal suo punto di vista britannico. Le colpe, a suo dire, sono varie. Da una parte sono nate intere teorie che rifiutano le premesse del metodo scientifico, definendolo solo una tra le tante possibilità - il famigerato relativismo. I politici tendono a vedere solo il tornaconto immediato, e chi gestisce i media prefersice di gran lunga il sensazionalismo. Ma anche gli scienziati hanno le loro colpe, per non riuscire a comprendere che la gente comune non può sguire un progresso che è sempre più matematico e fuori dal mondo comune, e non possono lasciare il campo ai divulgatori (mi fischiano le orecchie...) che non hanno la passione e speso nemmeno le competenze necessarie per una vera spiegazione dai temi. La traduzione di Laura Serra mi è parsa corretta ma antiquata: nulla di preciso, solo una mia sensazione.
Recensioni
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recensione di Lovisolo, D., L'Indice 1997, n. 2
Dopo Lewis Wolpert (cfr. "L'Indice", 1996, n. 6) ecco ora tradotto in italiano l'ultimo libro di Robin Dunbar, anch'egli inglese, antropologo e psicologo. L'aspetto curioso è che, nella difesa del metodo scientifico, utilizza un approccio che è esattamente l'opposto di quello utilizzato dal suo conterraneo: mentre Wolpert fonda tutte le sue argomentazioni sull'assunto che la scienza è qualcosa di innaturale, che rappresenta una rottura con il pensiero comune e il comune buon senso (ed è proprio da questo faticoso affrancamento e dal legittimarsi sulla base di rigorosi procedimenti analitici che deriva la sua supremazia epistemologica), Dunbar occupa una consistente parte del suo libro a spiegare come l'approccio scientifico alla comprensione della realtà sia quanto di più naturale esista al mondo, essendo già presente da una parte, anche se in forma abbozzata e primordiale, negli animali (e probabilmente non solo nei primati, ma nei mammiferi inferiori e negli uccelli), e dall'altra nel modo con cui il bambino, anzi il neonato, affronta il mondo che lo circonda. Altrettanto curioso è il fatto che, nella seconda parte del libro, Dunbar finisca per arrivare a conclusioni simili a quelle di Wolpert: in ogni caso, la scienza moderna è difficile da capire da parte dei non specialisti, e quest'incomprensione può alimentare, nell'opinione pubblica, atteggiamenti di sfiducia e di sospetto, rendendola facile preda di critici e ipercritici (di solito filosofi che, a parer suo, capiscono poco o niente di scienza). Essendo anche un divulgatore (è collaboratore della rivista "New Scientist"), Dunbar si pone il problema di come riempire questo fossato, e in particolare affronta il problema dell'insegnamento delle materie scientifiche nelle scuole superiori, che nei paesi anglosassoni è di questi tempi oggetto di un dibattito molto acceso e interessante. Resta però la sensazione di una certa sfiducia nella possibilità di soluzione del problema, come se l'incomprensibilità da parte dei profani facesse in qualche maniera parte, ineluttabilmente, della natura stessa della scienza.
Quando tratta degli argomenti che riguardano il campo di interesse scientifico dell'autore, come il comportamento animale, il libro è sovente di piacevole e interessante lettura; le parti dedicate alla polemica contro i critici dell'immagine canonica e tradizionale del metodo scientifico (in cui troviamo accomunati un po' tutti, senza molte distinzioni, da Feyerabend a Kuhn, dalle femministe ai marxisti) risultano piuttosto deludenti e inadeguate: vengono citati un po' tutti, da Machiavelli a Edgar Snow, e questa pletora di citazioni va a scapito della correttezza e della sensatezza delle citazioni stesse. Gli argomenti per sostenere la superiorità della scienza sovente rasentano l'ingenuità, come quando ci viene spiegato che aver capito la natura ritmica del processo con cui otteniamo la panna montata non ci ha tolto il piacere che proviamo nel mangiarla, ma ci ha fatto progredire, in quanto possiamo produrre panne meno grasse che ancora possono essere montate e ci consentirà in futuro di progettare frullatori migliori... (ammetto di aver scelto il caso limite, ma l'ho fatto anche per dare l'idea di come le citazioni sono usate nella polemica dal nostro autore).
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